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Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile…

Era il 1982, esattamente 40 anni fa, un Italia che non c’è più, in un mondo che non c’è più. Era l’11 luglio, al Santiago Bernabeu di Madrid, quando la nazionale di calcio italiana, bistrattata da critici e giornalisti alla partenza per quel mondiale, scendeva in campo contro la Germania (Ovest, perché il Muro di Berlino sarebbe caduto solo otto anni dopo) per giocarsi la finale del campionato del mondo.
Sembrano passati secoli da quel 1982. Il nostro paese veniva dagli anni della cosiddetta strategia della tensione, il terrorismo di sinistra, l’eversione di destra, i ragazzi che si uccidevano per strada per le contrapposte ideologie politiche, gli omicidi, i sequestri, le bombe, un paese lacerato, diviso, sull’orlo del baratro. Non che il calcio stesse meglio, due anni prima era esploso il primo, gravissimo scandalo di scommesse clandestine sul calcio (il cosiddetto Totonero) che aveva decimato la serie A e di cui forse parleremo in dettaglio in un’altra occasione. Qua ci basti ricordare che una delle vittime più illustri di quella vicenda fu Paolo Rossi, squalificato per tre anni (perderà gli Europei del 1980 per questo) e rientrato solo pochi mesi prima di quel mondiale e che poi ci farà vincere.
La nazionale di calcio godeva di poca o nulla considerazione da parte della stampa che, anzi, coglieva ogni occasione di attaccare quella squadra anche con notizie false e di dubbio gusto, non certo un clima ideale per una spedizione come quella.
Sulla panchina di quella squadra sedeva un uomo della bassa friulana, ex difensore di Torino, Inter e Catania, il cui nome era Enzo Bearzot. Anche lui era stato al centro delle polemiche in quei mesi precedenti il mondiale, per via delle sue scelte giudicate errate, come ad esempio quella di volere a tutti i costi il già citato Paolo Rossi come centravanti, a dispetto di tanti mesi di assenza causa squalifica e ignorando i segnali che arrivavano dal campionato, dove Roberto Pruzzo aveva segnato 15 reti. Ma Bearzot voleva Rossi (da lui ritenuto ingiustamente accusato nello scandalo Totonero) quasi come se sapesse che Pablito ci avrebbe portati sul tetto del mondo.
Era iniziato male, quel mondiale. Nonostante l’Italia, grazie al peso politico di Artemio Franchi, avesse giocato il primo girone in condizioni climatiche favorevoli (a Vigo, in Galizia, temperatura media 15°) i risultati erano stati deludenti, con solo tre pareggi contro Polonia, Perù e Camerun, passando il turno solo per differenza reti. Tutto questo aveva inasprito ulteriormente i rapporti tra la stampa e i giocatori, fino alla decisione della squadra di entrare in silenzio stampa, lasciando al solo capitano Dino Zoff le comunicazioni con i giornalisti.
Quel mondiale prevedeva, dopo la prima fase a giorni, una seconda fase, composta da quattro gironi datre squadre e la nostra nazionale finì nel peggiore, in compagnia di Argentina (detentrice del titolo) e Brasile (forse la squadra più forte del mondiale). Inoltre si giocava a Barcellona, dove la temperatura era di oltre 30. Gli stadi nella città catalana erano due, il maestoso Camp Nou e il più modesto Sarrià, casa dell’Espanyol. Per un curioso scherzo del destino, il girone con le tre squadre più titolate (Brasile, 3 titoli, Argentina 1 e Italia 2) era finito nello stadio più piccolo, mentre al Camp Nou giocavano Belgio, Unione Sovietica e Polonia. La FIFA cercò di invertire gli stadi, per dare una vetrina migliore al girone più blasonato, ma l’opposizione del Belgio fece svanire il tutto e così le partite più spettacolari di quel mondiale si giocarono in uno stadio da poco più di 40 mila posti, stadio che oggi non c’è più (fu demolito nel 1997, quando l’Espanyol si trasferì allo stadio de Montjuïc). In questo girone e in questo stadio si disputò quella che, per molti fu la vera finale di Spagna 82, l’incontro Italia-Brasile, giocato il 5 luglio e terminato con la vittoria degli azzurri per 3-2 (tripletta di Paolo Rossi). Ancora oggi quell’incontro viene indicato semplicemente come “La Partita” e decretò la vera rinascita dell’Italia di Bearzot e soprattutto di Paolo Rossi. Con quella vittoria la nostra nazionale vinse il girone e raggiunse la semifinale con la Polonia (0-2 per gli azzurri, doppietta del solito Paolo Rossi) e poi facilmente la finale dell’11 luglio contro la Germania Ovest, che aveva invece faticato parecchio ad aver ragione della Francia di Michel Platini, battendola solo ai calci di rigore.
E così si arrivò all’11 luglio 1982, al Santiago Bernabeu, contro i tedeschi, squadra forte ma molto provata dal percorso fatto per arrivare fin lì. La Germania sapeva che per vincere quella partita avrebbe dovuto segnare per prima, perché in caso contrario il baricentro della partita si sarebbe spostata verso gli azzurri, più in forma e galvanizzati dalla vittoria nel “gironcino” e soprattutto dall’aver battuto il Brasile.
E dire che la finale sembrava iniziata male per i nostri, che avevano perso subito “Ciccio” Graziani (al 7° minuto, gli subentrò Altobelli) e fallito un calcio di rigore con Antonio Cabrini.
Ma dopo l’intervallo l’Italia trovò di nuovo lo spirito che l’aveva portata fin lì e andò in vantaggio con Paolo Rossi (ancora lui) su cross di Gentile. Era successo ciò che i tedeschi temevano: l’Italia era andata in vantaggio e, come previsto, la partita diventò tutta in discesa per i nostri. Al 69° Marco Tardelli si trovò sul piede una palla perfetta e, mentre scivolava la calciò in porta segnando il secondo gol, seguito da quel gesto di esultanza che ancora tutti ricordiamo come “l’urlo di Tardelli”: corse verso il centro del campo battendosi il petto con i pugni come un’indemoniato e urlando a squarciagola “GOL”. Probabilmente una delle immagini sportive più evocative del novecento.
In quell’urlo sembrava che ci fosse tutta la rabbia repressa non solo di Tardelli, ma di tutta quella squadra che stava andando a vincere il mondiale a dispetto di tutto e di tutti e che era come se volesse trascinare con se un paese che aveva un gran bisogno di ritrovarsi unito e coeso, dopo quella orribile stagione che tutti volevano mettersi alle spalle.
Ormai la partita era girata verso l’Italia, troppo padrona del campo dopo quei primi due gol e così, con un’azione semplice semplice, ma estremamente elegante arrivò anche il terzo goal, segnato da Alessandro Altobelli.
In tribuna, a vedere la partita, ospite di re Juan Carlos c’era un signore di 86 anni che si chiamava Sandro Pertini e che era, dal 1978 Presidente della Repubblica. Inutile stare a ricordare qua la figura di Pertini, troppo grande e importante. Il primo e finora unico Presidente socialista è stato una figura talmente importante della storia della nostra Repubblica, sia durante la lotta partigiana che nel dopoguerra, fino alla sua presidenza, da meritare una trattazione a parte.
Ma noi, ripensando a quell’11 luglio di 40 anni fa vogliamo ricordarlo esultare (in maniera fin troppo vistosa) ai gol degli azzurri, fino al famoso “Non ci prendono più” esclamato dopo il terzo gol. Sembrava che anche lui volesse che, con quel momento di gloria calcistica, il nostro Paese si risollevasse dalla situazione in cui versava. Era davvero il presidente di tutti gli italiani.
I tedeschi riuscirono a segnare un gol con Breitner, ma ormai era troppo tardi. La nazionale italiana, quarantaquattro anni dopo, vinceva di nuovo un mondiale.
Quella squadra, su cui all’inizio nessuno avrebbe scommesso, guidata da un allenatore accusato di fare un calcio vecchio (“Sei indietro di 40 anni” gli diceva Menotti, CT dell’Argentina) aveva sovvertito tutti i pronostici, scalato le difficoltà ed aveva portato a casa la vittoria.

«Palla al centro per Müller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile… è finito! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!» (Frase finale del commento di Nando Martellini)

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