Salta al contenuto

Storie dal terremoto nove anni dopo

Oggi sono passati 9 anni da quel 20 maggio 2012 nel quale la terra tremò nella pianura modenese e nelle zone limitrofe, facendoci capire che anche nella apparentemente tranquilla e paciosa Pianura Padana si correvano rischi di questo tipo, che avevamo sempre associato ad altre parti d’Italia e a luoghi molto differenti.
Non voglio raccontare quei giorni di un anno per me molto, troppo importante per tanti motivi, un anno che ha segnato la mia vita in maniera indelebile, con eventi belli e meno belli, ma una cosa accaduta circa 8 mesi dopo.
Mi passarono incidentalmente un lavoretto da fare presso il Comune di Mirandola, uno dei più colpiti dal sisma. La persona con cui dovevo prendere contatto era nella sede provvisoria del Comune, ricavata in un plesso scolastico, ma il lavoro era da fare nel palazzo Comunale storico, un edificio risalente a prima del 1500 e che era stato pesantemente danneggiato dal sisma. Ovviamente essendo in piena zona rossa mi ci portarono con un mezzo dell’amministrazione comunale (l’ingresso al centro storico era vietato a tutti). Parcheggiammo l’auto in una stradina ed entrammo da un ingresso laterale. La parte dove si trovava il CED era rimasta abbastanza intatta, un po’ di crepe nei muri, ma tutto sommato credevo peggio. La prima cosa che mi colpì fu la stanza a fianco al CED, adibita ad uffici: le scrivanie erano ancora al loro posto, ma oggetti e suppellettili erano sparse dovunque, faldoni, fogli di carta, come se in quel luogo non fosse più entrato nessuno dai giorni del terremoto e fosse stato lasciato com’era in quei giorni del maggio precedente e forse era proprio così.
Ma la cosa più impressionante doveva ancora arrivare. Finito l’intervento (si trattava di sostituire un disco in un server, nulla di complesso) il mio accompagnatore mi disse: “Vieni che ti faccio vedere una cosa”. Lo seguii lungo corridoi polverosi, pieni di oggetti caduti, calcinacci e sporcizia fino ad una parte credo più antica del palazzo, che aveva subito molti più danni di quella in cui eravamo in precedenza. Qua il soffitto antico (realizzato ancora impastando insieme canne e calce, come si faceva un tempo) era completamente crollato, mentre molti muri divisori erano rimasti in piedi. Aprimmo una stanzetta molto piccola all’interno della quale stava, solo e abbandonato, circondato di macerie, un armadio rack contenente un sistema IBM (credo fosse un P Series, ma non ci giurerei). Il server occupava solo la parte inferiore dell’armadio, mentre quella superiore, vuota, era completamente piegata da un lato a causa del crollo del soffitto. Ma la cosa incredibile era che quel server, in mezzo alla polvere e ai calcinacci, in un armadio piegato in due ERA ACCESO E FUNZIONANTE! “Non si è mai spento” disse il mio accompagnatore. “Ha continuato a funzionare sotto i calcinacci che cadevano e la polvere”.
Non sarà poetico come il fiore che cresce anche tra le avversità, nelle crepe dell’asfalto, ma io in quella immagine ci ho visto la tenacia di chi non si arrende mai, nemmeno nelle difficoltà più grandi, la tenacia della gente della mia terra.

Published inStorie

Commenti chiusi