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S-506 – Enrico Toti. 15 anni dopo.

Sono passati 15 anni da quando, il 14 agosto 2005 il sottomarino “Enrico Toti” arrivò al Museo della scienza e della Tecnologia “Leonardo da vinci” di Milano, al termine di un viaggio durato sei anni. Non è l’unico sottomarino esposto a fini museali in Italia (ci sono anche il Dandolo, gemello del Toti, all’Arsenale di Venezia e il Nazario Sauro, della classe Sauro al Galata Museo del Mare di Genova), ma a differenza degli altri, che sono ormeggiati in appositi bacini, è l’unico ad essere stato tirato in secca ed esposto in una città non di mare. Il Toti (S 506) fu il primo sottomarino costruito in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale dai Cantieri di Monfalcone, tra il 1965 e il 1967, ed entrato in servizio nel 1968. Prima di quegli anni all’Italia era vietato detenere sottomarini, essendo una delle nazioni sconfitte della Grande Guerra (parte di quelle restrizioni sussistono ancora oggi, ad esempio i sottomarini italiani non possono avere la propulsione nucleare). Cadute le prime restrizioni la Marina Militare iniziò a progettare dei nuovi sottomarini di categoria SSK (Submarine-Submarine Killer), cioè progettati per dare la caccia gli altri sottomarini. Dotato di due motori diesel Fiat MB 820-N1 da 570 CV l’uno e di un motore elettrico SIEMENS da 900 CV poteva viaggiare ad oltre 14 nodi in immersione, letale e silenzioso. Dotato di un sonar posizionato nel caratteristico “naso” a prua e di un impianto idrofonico nella parte anteriore inferiore, sotto le camere dei siluri era specializzato nella caccia ai sottomarini nemici, specie quelli dei pesi appartenenti al Patto di Varsavia, grazie ai suoi quattro siluri filoguidati a testa autocercante A184. I due motori diesel erano stati soprannominati dai motoristi del sottomarino “Turiddu” (il destro, diminutivo di Salvatore) e “Ianuzzu” (il sinistro, diminutivo di Sebastiano), nomi tipici della zona di Augusta, in Sicilia, dove il Toti era di base. L’equipaggio era variabile tra le 20 e le 30 persone a seconda della missione, che facevano servizio in turni di tipo 4+4 (4 ore di turno e 4 di riposo, con lo schema detto “a branda calda”, ovvero ogni marinaio condivideva il letto con un collega) oppure 4+8 (sempre “a branda calda”, in questo caso in due letti ci si dormiva in tre). Nei suoi anni di attività il Toti fu impiegato prevalentemente in esercitazione o pattugliamento. E’ famoso l’episodio accaduto durante una esercitazione NATO negli anni ’70, durante la quale il Toti (sempre apprezzato per la sua silenziosità e maneggevolezza) riuscì a penetrare la scorta americana e a simulare l’affondamento della portaerei, emergendo al fianco della stessa dopo l’attacco simulato. Messo in disarmo nel 1997 fu donato al Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, e qua inizia la seconda parte della sua vita. Inizialmente stazionò nella base militare di Augusta dove fu disarmato e furono rimosse le attrezzature coperte da segreto militare, come il sistema di lancio dei siluri (a tutt’oggi ritenuto top secret dalla Marina); successivamente iniziò il suo lungo viaggio per mare, che, toccando Taranto arrivò a Chioggia trainato da due rimorchiatori. Qua venne preso in carico da due navi per il trasporto fluviale che lo portarono fino al porto fluviale di Cremona. Per permettere il trasporto lungo il Po del Toti, che rischiava di toccare il fondale del fiume le due navi furono legate tra di loro con delle funi, passate sotto al sottomarino e poi, aggiungendo e togliendo dei sassi nelle stive fu aumentato o diminuito il pescaggio per evitare impatti contro il fondo. Arrivato a Cremona il 6 maggio del 2001 vi rimase per 4 anni, fino all’8 agosto 2005, quando iniziò il suo ultimo viaggio via terra verso Milano. Nei 4 anni trascorsi a Cremona fu sottoposto a un enorme lavoro da parte dei sommozzatori del Comando Subacquei ed Incursori di La Spezia, che smontarono la “vela” (la torretta posta sopra al sottomarino) e il “naso” (la protuberanza a prua che ospitava il sonar) e soprattutto la zavorra posta nella parte inferiore del battello: decine di tonnellate di piombo (centinaia di lingotti del peso di 30 kg l’uno) poste in contenitori dello scafo chiuse da pannelli metallici. L’operazione risultò molto difficoltosa, per la visibilità quasi nulla all’interno del porto fluviale di Cremona. L’operazione di alleggerimento dello scafo era peraltro una condizione indispensabile per permetterne il sollevamento. Alleggerito e portato in secca il Toti fu poi ripulito dalle incrostazioni della chiglia e riverniciato nella sua livrea originale, prima del suo ultimo viaggio. Nelle notti che andarono tra l’8 e il 14 agosto 2005 il Toti percorse in quattro tappe la distanza tra Cremona e Milano, su un convoglio appositamente costruito, lungo 62 metri e largo 5, con 240 ruote distribuite su carrelli da 15 assi ciascuno, in grado di muoversi indifferentemente nelle due direzioni di marcia (infatti nelle immagini a volte il sottomarino viaggia con la prua all’avanti, in altre al contrario). La tappa più difficile fu ovviamente l’ultima, nella notte tra il 13 e il 14 agosto, quando il convoglio attraversò Milano fino al Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”. Questa parte fu estremamente complicata, sia per le strade molto più strette di quelle di campagna dove il Toti aveva viaggiato fino a quel momento, ma anche per la presenza di una enorme serie di ostacoli (pali della luce, linee del tram, semafori e cartelli stradali) e soprattutto per alcuni attraversamenti che passavano sopra a infrastrutture sotterranee (basti pensare alla metropolitana) che rischiavano di collassare sotto il peso del convoglio (458 tonnellate). A questo scopo furono rimossi tutti gli ostacoli fissi e furono gettati ponti metallici sopra agli attraversamenti a rischio di cedimento. Infine, alle 6 del mattino del 14 agosto 2005 l’Enrico Toti, S-506, entrò nel cortile appositamente predisposto (a questo scopo fu necessario demolire e poi ricostruire parte del muro di cinta), dove lo attendevano le apposite selle sulle quali sarebbe stato posizionato e due gru a cavalletto che avrebbero eseguito l’operazione. Nei giorni successivi il Toti ricevette indietro la “vela” e il “naso” (che avevano viaggiato a parte) e fu predisposto per essere reso visitabile, cosa che accadde nel dicembre di quell’anno. La cosa che più deve colpire di questa storia è che essa è pervasa della genialità e della abilità italiana nel realizzare anche opere incredibili. Lo fu la costruzione dei sottomarini della classe Toti negli anni ’60, progettati e costruiti talmente bene da renderli in grado di compiere operazioni difficilissime, anche se per fortuna solo in addestramento. Ma anche l’operazione di trasporto del sottomarino è una incredibile prova del genio italiano, perché ciò che fu fatto in quelle notti dall’8 al 14 agosto 2005, trasportare un mostro d’acciaio di 46 metri e 340 tonnellate attraverso una città, tra mille difficoltà, fu un’operazione di altissimo livello.

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