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Quando le Ferrovie italiane alzarono la testa: il Settebello

In questi giorni in cui tanto si parla dei tempi che verranno come di un nuovo dopoguerra, di una stagione in cui dovremo ricostruire l’Italia, vi voglio raccontare qualcosa della ricostruzione del dopoguerra, quello vero, quello della seconda metà degli anni 40 e dei successivi anni 50, quando l’Italia raccolse i cocci di ciò che le avevano lasciato il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale. Ed essendo appassionato di meccanica e in particolare di treni, ve lo racconto con una storia di treni. Nel dopoguerra l’Italia aveva una delle più estese conoscenze tecnologiche al mondo, sia in materia di elettrotreni [1], che di alta velocità. Già nel 1939, quando buona parte del mondo andava ancora a vapore, le Ferrovie Italiane avevano a disposizione l’ETR.200,in grado di viaggiare a 200 km/h, con un livello di confort inimmaginabile per quell’epoca. Ma la guerra aveva decimato il parco degli ETR.200 circolanti, che comunque avevano sulle spalle parecchi anni di vita. La rinascita dell’Italia del dopoguerra doveva passare anche dalla ferrovia che, al pari di tante altre attività avrebbe poi fatto decollare quello che sarà ricordato come il “Miracolo Economico”. E quale miglior biglietto da visita per una nazione che stava rinascendo, se non un treno modernissimo, tecnologicamente all’avanguardia e, visto che siamo italiani, dal design semplicemente bellissimo? Sotto queste premesse nel 1950 le FS lanciarono la gara per la un nuovo treno di lusso, che si concluse con la realizzazione da parte della Società Italiana Ernesto Breda del più bel treno che abbia mai circolato sulla rete ferroviaria italiana: l’ETR.300, soprannominato “Il Settebello” [2] Le soluzioni con cui era stato progettato lo rendevano un mezzo davvero unico e all’avanguardia. Il design italiano, all’epoca al centro dell’attenzione mondiale, aveva dato il meglio di sé nella progettazione di questa meraviglia su rotaie. La prima innovazione che saltava agli occhi era il frontale, bombato come un aereo di linea, con un vetro panoramico che racchiudeva non la cabina di guida, ma un salottino da 11 posti, con le poltroncine disegnate dal famoso architetto Giò Ponti, progettista assieme all’architetto Giulio Minoletti dei bellissimi interni. A tutt’oggi il Settebello (assieme al suo fratello minore, L’Arlecchino) è l’unico treno in grado di offrire ai passeggeri la possibilità di viaggiare stando in testa al treno. La cabina di guida stava al di sopra dello spazio riservato ai passeggeri e, nonostante le ridotte dimensioni, la posizione arretrata e i finestrini piuttosto piccoli, consentiva un’ottima visuale ai macchinisti. Le ruote, sotto alla parte frontale erano alloggiate in due carter bombati di forma aerodinamica, verniciati in verde magnolia, come la fascia che correva attorno ai finestrini. Il resto del treno era invece di color grigio nebbia, andando a completare la nuova livrea che le FS avevano scelto per gli ETR. Le sospensioni erano state pensate per il massimo confort, grazie anche alle molle laminate e agli elementi in gomma per attutire le vibrazioni. Le carrozze erano in scomparti a salone (l’ETR.300 prevedeva solo la 1. classe) da dieci posti ciascuno, con divanetti e poltrone orientabili. Il Settebello aveva una composizione bloccata di 7 carrozze, comprese le due di testa e coda (quelle con i salottini) e una elegante carrozza ristorante al centro. Per la prima volta su un treno era prevista l’installazione di telefoni pubblici a bordo. Grazie alla potenza installata l’ETR.300 raggiungeva agevolmente i 200 km/h e copriva la tratta Roma/Milano in 5 ore e 45 minuti, quando la direttissima Firenze/Roma ancora non esisteva. Dovevano essere 8 esemplari, ma ne furono costruiti soltanto 3, a causa dei costi molto alti. Rimasero in servizio fino al 1992, quando furono accantonati. Il 301 e il 303 furono demoliti a Santhià, dopo un lungo lavoro di messa in sicurezza per via dell’amianto presente. Il 302 invece subì una sorte piuttosto strana: alla fine degli anni 80 si decise di fare un grosso lavoro di ristrutturazione e ammodernamento degli ETR.300. Solo il 302 subì questa sorte, presso le Officine Grandi Riparazioni di Bologna, dove fu snaturato completamente e andarono persi i meravigliosi interni, tutti inviati alla demolizione. In questa versione circolò fino al 2004, quando, per raggiunto chilometraggio fu accantonato prima ad Ancona, poi a Falconara Marittima, dopo essere stato depredato di tutto ciò che poteva servire. Dopo anni esposto alle intemperie e ai vandali, nel 2016 la Fondazione FS ha finalmente deciso per il suo recupero e il treno si trova ora presso le Officine Manutenzione Ciclica (ex OGR) di Voghera, dove sarà restaurato per il suo valore storico, anche se gli interni dovranno essere ricostruiti, visto che gli originali sono andati perduti. Al termine dell’operazione, del costo di circa 6,8 milioni di euro il Settebello sarà ricostruito come era negli anni 50, con in più le dotazioni di sicurezza moderne, al fine di renderlo completamente funzionante e circolante. Un giusto destino per il treno più bello mai costruito, vanto dell’industria italiana del dopoguerra e uno dei simboli della rinascita del nostro paese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il Settebello aveva anche un fratellino minore, una versione a 4 carrozze, denominata “L’Arlecchino” (ETR.250), realizzata in 4 esemplari in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960. Erano identici al Settebello, eccezion fatta per il colore degli interni. Anche dell’Arlecchino esiste un solo esemplare rimasto, (denominato ETR.252) che però ebbe una sorte migliore del fratello maggiore. E’ stato infatti conservato e restaurato e il 27 giugno 2019 è tornato a disposizione di Fondazione FS ed è attualmente preservato come rotabile storico. E’ perfettamente marciante e identico a com’era negli anni 60.

[1] per la spiegazione dettagliata di cos’è un elettrotreno e della sua differenza con un treno normale potete leggere qua
[2] il nome al treno fu dato dagli operai che lo costruirono. Dato che all’epoca usava denominare i treni con nomignoli figurativi, l’ETR.300 fu poi effettivamente decorato con i simboli delle carte da gioco.

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