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Jock Stein. Dalla miniera alla Coppa dei Campioni

Questa sera vi racconterò la storia di un uomo che incrocia in molti punti quella di Valerij Lobanovskyj.
Il protagonista della nostra storia si chiama John Stein, ma tutti lo chiamavano Jock , ed era nato a Hamilton, nella contea di Lanarkshire, in Scozia, il 5 ottobre del 1922.
Lui e Lobanovskyj sono nella classifica dei dieci migliori allenatori di tutti i tempi redatta da Football Pantheon (Stein al 10°, Lobanovskyj al 7°), oltre che in quella degli allenatori più vincenti della storia (2° e 3° dietro al mostro sacro Alex Ferguson). Ma la cosa che più li accomuna è la fine delle loro vite e delle loro carriere.
Ma andiamo con ordine.
Come detto, Stein era nato nella contea di Lanarkshire, come altri due grandissimi del calcio inglese, Matt Busby e Bill Shankly, che fecero grandi rispettivamente il Manchester United e il Liverpool.
Da adolescente lavorava in una miniera di carbone, come il padre prima di lui e il nonno prima ancora e giocava a calcio nel tempo libero, nelle giovanili del Blantyre Victoria. Esentato dal servizio militare al tempo della seconda guerra mondiale, andò poi a giocare negli Albion Rovers, ottenendo un contratto prima part time e poi da professionista. Era un mediano di scarsa tecnica, ma ottimo senso della posizione. Dopo i Rovers andò in Galles per un anno, ma il quasi fallimento della squadra per cui giocava lo convinse a ritirarsi a soli 29 anni, quando arrivò la chiamata del Celtic di Glasgow, dove divenne presto un titolare  e poco dopo capitano della squadra dei cattolici di Glasgow, vincendo la Coronation Cup (un torneo istituito per festeggiare la salita al trono di Elisabetta II), fino ad arrivare a vincere il campionato e la coppa di Scozia nell’anno successivo.
La sua carriera sul campo non sarebbe durata ancora molto, perché nel 1956, durante l’Old Firm (il derby con i Rangers) ebbe un grave infortunio alla caviglia e dovette ritirarsi. Ma solo un anno dopo fu chiamato ad allenare la squadra delle riserve del Celtic. dove tutti notarono il suo modo di allenare decisamente inusuale per quei tempi.
Il posto di capo allenatore del Celtic si liberò e Stein pensò che quel posto fosse suo, ma la dirigenza opto diversamente, così Jock andò al Dunfermline, squadra semisconosciuta, che però giocava in prima divisione. Fu subito un trionfo, il primo anno il Dunfermline vinse la coppa di Scozia, battendo proprio il Celtic. A tutt’oggi quella Coppa è l’unico trofeo mai vinto dal Dunfermline. Una breve parentesi a Edinburgo, all’Hibernian, (dove arrivò comunque alle semifinali di Coppa di Scozia) e poi finalmente arrivò la chiamata del Celtic per la stagione successiva. Fu l’inizio di un’era che avrebbe portato una valanga di successi nell’East End di Glasgow. Stein rimase al Celtic tredici anni trasformandolo in una potenza europea, con un calcio sempre spregiudicato, proiettato all’attacco, veloce e creativo. «Il miglior posto per difendersi è l’area di rigore avversaria» diceva serio.
L’apice di quell’incredibile epopea fu la stagione 1967-68, nella quale il Celtic raggiunse la finale di Coppa dei Campioni, sfidando a Lisbona la grande Inter di Helenio Herrera, già vincitrice di due edizioni della Coppa. Due opposte filosofie di gioco si scontravano sul campo, il Celtic completamente votato all’attacco e l’Inter, molto più equilibrata e con un occhio di riguardo per la difesa.
All’iniziale vantaggio dell’Inter (rete di Mazzola su rigore) risposero Tommy Gemmell e Steve Chalmers che fissarono il risultato sul 2-1 finale. Il Celtic sarebbe arrivato in finale di Coppa dei Campioni anche nel 1970, perdendo dal Feyenoord. Stein lasciò il Celtic nel 1978 e si trasferì in Inghilterra, al Leeds, dove rimase però solo per sette settimane. Fino a quando, Ally McLeod si dimise dalla carica di CT della Scozia in seguito alla disfatta nel Mondiale d’Argentina. In ottobre assunse la guida della Nazionale Scozzese, che guidò al Mondiale di Spagna ‘82 e ottenne la qualificazione a quello successivo (Messico ‘86). Per questo risultato mancavano ancora due partite, una con il Galles, in programma il 10 settembre 1985 e lo spareggio con la vincitrice del girone dell’Oceania (poco più che una formalità). La Scozia pareggiò con il Galles per 1-1 e staccò il biglietto per Mexico 86, ma a due minuti dalla fine della partita successe l’incredibile. Stein si era molto arrabbiato con i suoi giocatori in quella partita, soprattutto nell’intervallo, quando la sua Scozia era andata al riposo in svantaggio per 1-0 a causa del gol di Mark Hughes, dopo tredici minuti, su passaggio di Peter Nicholas, liberatosi in un colpo solo di Aitken e Nicol che si erano quasi scontrati tra di loro. Inoltre il portiere Leighton dovette essere sostituito per aver perso una lente a contatto (!) e questo episodio fece innervosire Stein ancora di più. In molti notarono che il mister della Scozia non sembrava in forma quella sera, ma pensarono che fosse perché sentiva particolarmente quella partita.
In realtà Stein aveva problemi cardiaci, ed assumeva dei farmaci, ma nelle settimane prima di questa partita li aveva sospesi, per limitarne gli effetti collaterali. Ma all’inizio del secondo tempo sembrava essersi calmato e stare meglio, tanto che scherzò anche con il secondo portiere Rough quando questi entrò in campo al posto di Leighton. Il secondo tempo passava e il risultato non si sbloccava, finché a dieci minuti dalla fine su un’azione iniziata da Miller e proseguita da Gough e Nicol la palla, dopo una serie di tocchi dei giocatori gallesi, colpì il braccio di Phillips. L’arbitro olandese Keizer indicò il dischetto del rigore. Prese la palla l’ultimo entrato Cooper. L’ala dei Rangers calciò rasoterra, non troppo angolato alla sinistra del portiere dell’Everton Southall che per poco non arrivò sulla palla. Era l’1-1, la Scozia aveva agguantato la qualificazione ai mondiali.
Stein, era sudato e nervoso, litigò anche con un fotografo.
A pochi istanti dal termine si udì un fischio, Stein pensò fosse quello finale e scattò dalla panchina, ma dopo due metri si accasciò portandosi le mani al petto. Il medico e lo staff intervennero prontamente. Mentre la partita finiva e i giocatori scozzesi andavano a festeggiare sotto la curva dei propri tifosi, Stein veniva portato in barella negli spogliatoi. I medici fecero tutto il possibile, ma non ci fu nulla da fare. Il cuore di Stein si era fermato lì, sul campo, a due minuti dalla fine della partita.
Il vice di Stein, che era uno di cui avremmo sentito parlare molto negli anni a seguire, un certo Alex Ferguson, urlò al capitano Miller di far stare i giocatori in campo, perché Stein stava male.
I giocatori avevano intuito qualcosa, ma pensavano ad un semplice malore per lo stress della partita. Quando, dopo mezz’ora rientrarono negli spogliatoi, videro il massaggiatore in lacrime. Non ci fu bisogno di spiegazioni, avevano già capito tutto. Jock Stein non sarebbe stato in panchina con loro nello spareggio. Jock Stein non sarebbe andato con loro in Messico. Jock Stein era morto e qua la sua storia si ricollega a quella del nostro Valerij Lobanovskyj, anch’egli colpito da una malore mentre era in panchina, anche se lui non morì all’istante, ma in ospedale qualche giorno dopo.
Ho sempre pensato che se un allenatore potesse scegliere come morire voglia che questo accada lì, sul campo, su quel rettangolo verde attorno al quale si è dipanata tutta la sua vita, un po’ come un cantante sogni di andarsene sul palco all’apice di una grande performance. A Jock Stein e, in parte a Valerij Lobanovskyj accadde proprio questo.

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